Un modo insolito per affrontare i problemi di sonno del bebè

Una delle preoccupazioni delle neomamme al ritorno a casa dopo il parto riguarda il sonno del bebè, da cui dipenderà la possibilità di avere quei momenti di riposo di cui ha bisogno, soprattutto durante la notte. Anche se alcuni neonati, fin dai primi tempi, dormono di notte anche per quattro/cinque ore di fila, le mamme devono essere pronte a sapere che è difficile che un bebè riesca a fare pause lunghe, visto che in genere, durante le prime settimane, mangia spesso soprattutto se viene allattato al seno.

Ma non è tanto lo svegliarsi per nutrirlo che preoccupa, quanto la situazione che molte vivono e che le mette alle corde: non avere mai delle “vere” pause di riposo, perché il piccolo tra un pasto e l’altro resta sveglio, frigna, richiede la sua costante vicinanza o, se riesce a prendere sonno, ha risvegli frequenti in cui piange, vuole essere tenuto in braccio dove magari si addormenta fino a quando non viene messo nella sua culla.

Rapidamente si crea un circolo vizioso in cui lo stress della mamma alimenta lo stato di perenne allerta del bebè e viceversa.

I problemi del sonno (che costituiscono circa il 30% dei problemi psicosomatici del primo anno di vita) tuttavia non riguardano solo il bambino, ma anche le persone che ha vicino, in quanto la tensione che gli impedisce di dormire serenamente è in relazione con le paure e i desideri inconsci di chi si occupa di lui (in particolare della madre). Non è raro infatti che un bambino che di solito ha difficoltà a dormire o frequenti risvegli, riesca ad avere delle tranquille pause di sonno se viene messo a nanna da qualcuno che gli offre un “holding” più rassicurante perchè gli permette di gestire più facilmente le sensazioni di angoscia che prova al momento della separazione dall’altro per dormire. Si tratta di angosce arcaiche di caduta, di perdita di contatto, di solitudine, la cui intensità varia non solo in base al “terreno” di ognuno ma anche all’ambiente circostante caratterizzato, soprattutto all’inizio, dal mondo interno della sua mamma. Questa non sempre è in grado di farsene carico e di mandargli messaggi rassicuranti in grado di tranquillizzarlo. Infatti spesso le ansie di separazione del figlio mettono in luce paure, vissuti, desideri infantili inconsci che la maternità ha riportato a galla e che inconsapevolmente creano un ostacolo nel contatto con lui. Ciò significa che, per quanto consciamente la madre cerchi di essergli vicina, il contatto profondo è labile: lo spazio interno, in cui dovrebbe essere accolto il bebè, è occupato dai suoi conflitti irrisolti.

Quando invece la madre si dà la possibilità e il tempo di poter rielaborare le sue problematiche inconsce attraverso un lavoro di psicoterapia analitica, trova spontaneamente il modo di sintonizzarsi col bebè, che non stenta a percepirla in grado di contenere le sue ansie, presente, non più distratta da qualcosa che non lo riguardava.

La ripetizione di esperienze positive con la madre permette di interiorizzare l’affidabilità della sua presenza che, durante il sonno non viene persa. Dal momento che si è creata la sicurezza di vederla riapparire al momento del risveglio non è più necessario doverla avere sempre vicino per paura che scompaia definitivamente!

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