Le paure del parto (1 parte)

Quando si parla di paura del parto bisogna riconoscere che questo termine nasconde diversi tipi di paura che hanno a che fare con l’evento, presenti nell’una o nell’altra accezione e con intensità diversa nelle gravide, in base alle proprie caratteristiche e alla propria storia.

Una paura molto comune tra le donne incinte è quella di non essere in grado di riconoscere i segnali dell’inizio del travaglio anticipando troppo o ritardando l’andata in ospedale.

Per controllare questo tipo di paura è di grande aiuto la conoscenza precisa del momento in cui generalmente avviene il parto (tra le 38 e 42 settimane di gravidanza) e le peculiarità della prima delle quattro fasi che lo caratterizzano, chiamata prodromica, in quanto prepara le tre successive.

La fase prodromica è assai variabile da donna a donna e si caratterizza per contrazioni molto irregolari per intensità, per durata ma soprattutto per frequenza. Durante questa fase avviene l’espulsione del tappo mucoso (di cui molte donne non si accorgono), che durante la gravidanza ha sigillato il collo dell’utero per proteggerne il contenuto. Il tappo si presenta come una piccola massa gelatinosa a volte striata di sangue.  La sua eliminazione di solito segna l’inizio delle modificazioni del collo uterino. Quest’ ultimo infatti si deve “centralizzare“ rispetto alla vagina, per permettere alla forza di gravità di aiutare la progressione del feto.  Quindi il collo inizia a raccorciarsi e successivamente a dilatarsi. (seconda fase del parto o dilatante).

Le contrazioni preparatorie possono anche essere avvertite come dolorose e, per un certo tempo, ritmiche. Nel dubbio rispetto a cosa fare, le vecchie ostetriche consigliavano un bagno caldo o, in alternativa, lo svolgimento di un’attività rilassante (musica, lettura, meditazione ecc) che consenta di vedere se, nello spazio di un’ora, l’attività contrattile dell’utero si acquieta o aumenta l’ intensità, la durata e la regolarità delle contrazioni. In questo caso è consigliabile recarsi là dove di vuole partorire.

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Un’altra paura tipica è quella di rompere le membrane (con conseguente perdita di liquido) in un luogo pubblico. L’imbarazzo che si teme di provare se questo dovesse capitare, non è legato solo all’attualità, ma  può riportare in superficie sensi di colpa, di vergogna, di paura di perdere l’affetto della mamma,  legati alle vicende vissute nel periodo infantile di apprendimento della pulizia.

In una certa percentuale di donne infatti il travaglio inizia proprio con la rottura intempestiva (cioè fuori tempo, in anticipo) delle membrane. In questo caso si avverte una perdita di liquido di solito trasparente (che potrebbe essere confuso con urina), che bagna gradualmente un assorbente utilizzato per controllo. Se il liquido è “tinto” (colorato)  ci si deve recare subito in ospedale perché potrebbe indicare sofferenza fetale; altrimenti ci si può preparare con calma al ricovero, perché non è detto che il travaglio inizi subito. In tutti i casi però è utile prestare attenzione ai movimenti del feto, che si devono avvertire anche in questa situazione.

Un aiuto naturale alla fase prodromica del travaglio può venire dall’utilizzo di alloro e camomilla in tisana calda e dolcificata a piacere. Queste due piante hanno una blanda attività di decontrazione della muscolatura uterina e aiutano a risolvere il fastidio derivante da contrazioni non ancora efficaci ai fini del parto.

Il medico omeopata può proporre la diluizione corretta, in base alle situazioni soggettive, di actaea racemosa (appartenente alla famiglia delle ranuncolacee e comunemente conosciuta come cimicifuga), una pianta dell’America che può essere utile nel regolare l’attività contrattile uterina. 

Dott. G. Maggi

Dott. M. Marcone  www.marcellamarcone.it

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