Il tempo di decidere

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Intervista con Marzia, 35 anni, avvenuta quando era al quarto mese di gravidanza

Secondo te, che cosa significa decidere di avere un figlio, oggi, per una donna di trent’anni?

Una maternità consapevole: è la grande libertà della mia generazione. Puoi decidere quando, se e con chi. Stabilire il momento, la condizione, l’opportunità. Puoi rimandare il desiderio, persino il dubbio: voglio o no un figlio? Un carico di responsabilità enorme. Dare o non dare la vita dipende solo da te e da quella pillola che prendi ogni giorno, che hai il terrore di dimenticare, che è la tua inseparabile compagna di viaggio. Il ricatto della tua indipendenza, la sintesi chimica di un diritto. Autodeterminazione: come si fa a trascurare i sensi di colpa che scatena?

Non è piuttosto un’assunzione di responsabilità? Anziché al caso (o alla natura) ci si affida a una scelta adulta.

Ma siamo sincere: chi, senza un po’ di incoscienza, senza l’accelerazione sbadata di un impulso, si getterebbe nell’avventura della gravidanza? Chi, senza quella voglia di fare qualcosa solo per il gusto di sentire che si può, che è possibile? Chi può affermare «voglio un figlio» con una scelta di pura razionalità, valutando tutti i rischi, tutte le conseguenze di una trasformazione senza ritorno? Eppure decidere di smettere di assumere la pillola è un atto puramente cosciente e volontario.

Tu quando hai fatto questo passo?

Quando ho compiuto 34 anni. Avevo appena raggiunto quella che si può definire una situazione di stabilità. Ero sposata da cinque anni, avevo assunto la direzione del settore marketing della mia azienda, stavo ristrutturando la «casa dei miei sogni»…Ero appagata, ma non pacificata, piena di energia e di una serie di impegni assolutamente superflui, ma irrinunciabili: yoga, cinema con le amiche, squash con mio fratello, un’ora alla settimana di conversazione in inglese, massaggio ayurvedico. Ho cominciato ad avvertire, in modo sempre più consistente, la vacuità di tutto questo affannarsi. Insomma, che cosa stavo costruendo? Da cinque anni tutti i mesi della mia vita si assomigliavano, uno uguale all’altro, al punto che avevo un’agenda non per tenere a mente gli appuntamenti, ma per conservarne memoria. Se qualcuno mi chiedeva, a fine settimana, che cosa avevo fatto, per esempio, lunedì o martedì, io dovevo controllare. Possibile che tanta iperattività, tanto dispendio energetico fosse così poco significativo? Eppure mi sembrava di non avere un minuto libero.

Un figlio per riempire un vuoto?

No, un figlio per fare qualcosa di importante, qualcosa per cui valesse la pena di sentirsi stanchi e sfiniti la sera.

Non ci avevi mai pensato prima?

Ci pensavo molto da ragazza, a quindici, sedici anni, ma era una specie di sogno astratto. Mi immaginavo in una casa di campagna con quattro figli, un cane, un enorme giardino (ovviamente fiorito, anche se io riesco a far morire persino i gerani del mio balcone), una cucina sempre piena, una vita in stile sono-dentro-un-film-americano (di serie B!). Poi, quando finalmente potevo dare concretezza a queste fantasie, ho iniziato a rinviare. C’era tempo. C’era sempre tempo.

E quando non c’è più stato tempo?

In realtà, anche quando mi sono detta che era arrivato il momento di pensare davvero non a quattro, ma a un figlio, mi ci sono voluti altri tre mesi prima di sospendere la pillola. Qualcosa mi tratteneva: non era paura, era una specie di pudore. Come dire: posso chiedere anche questo alla vita? Con il terrore che la risposta fosse no. Avevo già avuto molto, moltissimo. Mi ero presa orgogliosamente il diritto di decidere e programmare la mia storia e tutto era sempre andato come avevo previsto (e lavorato e faticato perché andasse in quella direzione). Certo, avevo studiato tanto, ma mi ero laureata con lode e dignità di stampa. Avevo lavorato come una pazza per farmi assumere, ma, nel giro di poco tempo, ero arrivata esattamente dove volevo. Ero stata single per un tempo infinito (non avevo mai accettato il compromesso di un amore tiepido, di una storia a metà: la solita altalena tra volere e potere), ma ora avevo al mio fianco un uomo che adoravo. La mia era una vita con molti problemi, molta fatica, una testardaggine da titano, ma sempre «al traguardo». Adesso potevo pretendere anche un figlio?

Forse non esigerlo, ma perché negarsi anche di desiderarlo?

E infatti l’ho desiderato, anzi l’ho voluto con tutte le mie forze. Per due anni l’ho cercato, aspettato, rincorso con ogni mezzo. Due anni di medici, di esami, di test, di ormoni. Due anni di psicoterapie, training, omeopatia, agopuntura. Due anni di tentativi e di domande, sempre le stesse, sempre più ossessive e circolari.

PMA Fivet: sono diventati per te nomi familiari, tappe di una ricerca. Ma che cosa ha voluto dire entrare, per la prima volta, in una clinica della sterilità?

Avevo letto I laboratori della felicità di Carlo Flamigni. Bel titolo per un libro che è, in realtà, la storia di un calvario minimo e quotidiano, di piccole, ordinarie frustrazioni e nessuna battaglia eroica. In questi centri hanno il potere di far sembrare tutto estremamente normale e possibile. C’è una consuetudine all’incapacità di procreare che, anziché alleggerirti, ti fa sentire un giocattolo rotto, un meccanismo fasullo, inceppato. Devi fare i conti con un tassello mancante: come se la tua identità fosse zoppa e ti fossi affidata al miglior ortopedico del mondo. Non per tornare a camminare, per avere una protesi miracolosa. Ma io volevo il miracolo, non la protesi.

Due anni faticosi, fisicamente e psicologicamente, che adesso, però, sono solo un ricordo, visto che aspetti un bambino.

Sì, sono incinta. È ancora un’emozione dirlo. Soltanto poterlo dire: io sono incinta. Però non voglio ricordare. Questi due anni sono solo passato, ieri, senza memoria. Intendiamoci: rifarei tutto. Ricomincerei la stessa, estenuante trafila adesso. Ma non voglio pensare a questo bimbo che sta per nascere come a una conquista. Tutta la mia vita lo è stata, non questo. Io sto per diventare madre ed è un regalo. Un’abbondanza di destino senza merito e senza condizioni. Nulla è dipeso da me. Non c’è trofeo. Mio figlio è una meravigliosa, inaspettata sorpresa.

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