5 – ll bisogno di mamma del bebè

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IL “BISOGNO DI MAMMA” DEL BEBÈ  (5)

Alla nascita, il bambino è immaturo: le informazioni fornite dal suo corredo genetico non lo dotano, come avviene per gli animali, di modelli di comportamento innati (istinti) che gli permettono, in tempi brevi, di sopravvivere in modo autonomo.

Questo stato di incompiutezza rispetto all’ambiente esterno e al suo corpo, si chiama “neotenia”.

La neotenia genera nel neonato una sensazione di forte disagio legata all’eccessivo bombardamento che subisce il suo sistema nervoso attraverso le vie sensoriali, dal momento che gli stimoli acustici, visivi, di fame, termici sono molto diversi dalle sensazioni vissute nell’utero materno. Lo stress perinatale si esprime con segni obiettivi più o meno evidenti (tachi/bradicardie, pause respiratorie, apnee, protrusioni della lingua, perturbazioni del ritmo sonno veglia) e possono essere attenuati solo dalla presenza e dall’aiuto di qualcuno che si occupi di lui, che ne soddisfi i bisogni: la mamma o un suo sostituto (caregiver).

Il suo intervento, che permette di scaricare la tensione e di mantenere l’omeostasi, lascia una traccia mnestica che si consoliderà con ripetitive azioni di soddisfacimento, che poco per volta aiuteranno il bambino a gestire l’attesa.

Se dunque una mamma presente e gratificante è necessaria per creare “tracce di benessere”, non va dimenticato che anche “l’eccesso di presenza” influisce negativamente sullo sviluppo del bambino.

Piccole frustrazioni, vissute in un contesto in cui il piccolo si sente amato e accettato, sono necessarie per il suo sviluppo e permettono a chi se ne prenda cura, di non esaurirsi cercando di soddisfare ogni sua richiesta.

Il bambino  deve avere la possibilità di piangere per scaricarsi senza avvertire l’angoscia e i sensi di colpa di sua madre, riattivati dalla situazione attuale, ma radicati in epoche ben più remote della sua vita.

Come ha modo di rendersi conto Rossella, l’atteggiamento materno determina il comportamento del bebè. Non a caso mamme stressate hanno bimbi che piangono di più e che pretendono disponibilità totale, creando un cerchio vizioso dove l’ansia materna alimenta il pianto del figlio e viceversa.

“Dopo la nascita della mia prima bimba mi sono sentita stanca e delusa perché immaginavo la maternità diversa, più ricca di soddisfazioni, meno stressante. Il pianto della neonata mi metteva in crisi, non riuscivo a sopportarlo, mi sentivo impotente, inadeguata, in colpa perché avevo la sensazione di essere una cattiva mamma.

Ripensando ora a quei momenti mi sono resa conto del modo diverso con cui mi relaziono con questa seconda cucciola, e mi chiedo quanto questo influisca sul suo comportamento. Ricordo che al primo vagito interrompevo ciò che stavo facendo per prenderla in braccio: per cercare di consolarla la sballottavo da una parte all’altra della casa, col risultato che la piccola si metteva a strillare ancora più forte, contagiata dalla mia ansia… che alla fine  si tramutava in lacrime…

Quando mi consigliavano di lasciare la bimba a qualcuno per ritagliarmi qualche momento di riposo (come faccio adesso quando il papà è a casa o una nonna ci viene a trovare) quasi mi offendevo: neanche a parlarne, non potevo perdere il controllo della situazione!

Per fortuna ora non vivo più con tale negatività il pianto del bebè: osservando con calma mia figlia ho imparato a riconoscere i motivi per cui piange: se ha fame, se deve essere cambiata o se è stanca, e agisco di conseguenza. Non provo sensi di colpa se la lascio sfogare per qualche minuto, soprattutto se sto facendo qualcosa.

Per lei è l’unico modo di esprimere il suo disagio, per me non sentirmi soffocata dalle sue richieste è fondamentale per essere serena e disponibile verso di lei. il risultato è …che piange molto meno di sua sorella, e di certo non solo perché sono diverse di carattere!”

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