Psicologia – I no che aiutano a crescere (parte prima)

O. Vevey

In campo educativo e, in particolare nella relazione tra genitori e figli, riuscire a dire “I no che aiutano a crescere” è una sfida che richiede un impegno costante.

Ogni madre, ogni padre sa che aiutare a crescere significa promuovere le potenzialità ancora in nuce nel bambino, rafforzare le sue qualità, stimolare l’espressione creativa, instillare l’amore del bello e del buono, incoraggiare ogni curiosità, sollecitare il gusto della scoperta e della conoscenza, accrescere il senso di responsabilità e la fiducia nelle proprie capacità. Ogni genitore sa anche che, per prendersi cura del proprio bambino e aiutarlo a crescere, sono necessari dei “no”, ma non si tratta di “no” qualunque, bensì di quei “no che aiutano a crescere”, secondo la felice espressione di Asha Phillips, autrice di un libro, pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, nel 1999. Già vent’anni fa, l’autrice rilevava quanto fosse importante saper dire di no al momento giusto e sottolineava le conseguenze negative del non saperlo fare, sia nella relazione tra genitori e figli, sia nello sviluppo della personalità dei bambini.

In che modo un “no” diventa un alleato della crescita?

Per rispondere a questa domanda, possiamo indicare tre punti:

–       un “no” pone un limite a un desiderio, in modo da creare un tempo d’attesa tra la sua espressione e il suo soddisfacimento;

–       nel porre un limite a un desiderio, permette lo sbocciare di un altro desiderio, così come la ricerca e la costruzione di una soluzione alternativa;

–       un “no” pratico, contingente, proferito al momento giusto, non pregiudica l’accettazione, l’amore, la fiducia.

Certo, esistono anche dei “no” che, non solo non cadono al momento giusto, ma sono anche vere e proprie barriere che ostacolano la creatività, il gioco, la libera espressione delle emozioni, dei gusti e preferenze; basti pensare ai “no” perché “non devi sporcarti, non devi perdere tempo, non devi mangiare le patatine” o altri dello stesso tipo.

In linea generale, però, essere confrontato a un “no” permette al bambino di dominare gli impulsi più imperiosi, di mettere un freno alla sua onnipotenza, di contemplare esigenze diverse dalle sue, di prendere in considerazione punti di vista disparati, affinché, dalla massa brulicante dei desideri, possano prendere forma quelli meno inconcludenti. Allo stesso tempo, egli potrà essere in grado di affrontare ogni difficoltà con maggior forza ed essere meno vulnerabile agli affronti, alle ostilità e agli eventi negativi. La frustrazione derivante da un “no” e il suo progressivo superamento fanno sì che la tendenza all’autoaffermazione, propria di ogni bambino, possa dirigersi entro binari maggiormente in sintonia con la fase del suo sviluppo: rabbia, ira, paura, invidia, gelosia, trovano oggetti adeguati per esprimersi, senza ricadere su persone o situazioni che nulla hanno a che vedere con l’emozione stessa. In tal modo, egli potrà via via imparare a far valere i propri pensieri e le proprie ragioni senza imporsi con prepotenza e arroganza.

Dott. O. Vevey, psicoanalista

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