Riconoscere il pianto del neonato

Una caratteristica che distingue l’adulto dal neonato è senza dubbio la capacità di saper parlare;

quando proviamo disagio, fastidio o dolore, quando abbiamo fame o necessitiamo di aiuto lo comunichiamo per mezzo del linguaggio, modulando il tono e la forma delle parole espresse sulla base delle sfaccettature emotive che sperimentiamo e viviamo in quel momento.

Questa capacità comunicativa nel neonato si racchiude in un’unica parola, piangere; il pianto infatti è l’unico mezzo efficace che conosce e possiede per essere considerato, ascoltato e capito.

Per comprendere pienamente il pianto del neonato bisogna innanzitutto imparare a pensarlo come un vero e proprio comportamento di adattamento psicologico che riflette la sua condizione interiore, è un sistema di segnali che richiama l’attenzione dei genitori e indica loro un bisogno immediato di presenza.

Esistono diversi tipi di pianto in termini di cadenza, timbro e latenza (cioè il tempo trascorso prima del suo inizio):

  • di fame
  • di disagio: causato da un ambiente non confortevole e inadeguato o dalla necessità di essere pulito e cambiato;
  • di dolore: straziante e acuto, seguito solitamente da una breve apnea e da successive urla che spesso continuano anche se preso in braccio e consolato;
  • da colica e fastidi digestivi
  • di noia: tenue;
  • da stanchezza e da scarico tensione: ritmico, si ripete con regolarità solitamente a fine giornata e serve a sfogare la tensione accumulata durante il giorno nella fase di adeguamento alla successione ciclica degli stati di coscienza sonno-veglia (circa ogni 4 ore), per questo è consigliabile lasciare che il bambino si sfoghi, anche per breve tempo; questo periodo raggiunge la fase più acuta a sei settimane e diminuisce progressivamente fino a scomparire verso la dodicesima settimana col maturare del sistema emotivo e psicologico del bambino;
  • di richiesta: urgente, ad esempio se sente freddo o caldo o se ha necessità di cambiare una posizione tenuta troppo a lungo.

Una neo-mamma impiega circa 3 settimane per imparare a distinguerli.

Soddisfare la richiesta insita nel pianto del bambino è una delle prime sfide dei neo-genitori e li obbliga alla ricerca di una soluzione; imparano quindi, col tempo e con svariati tentativi, a comprendere e prevedere come il neonato alterna i vari stati di coscienza (sonno-veglia), a distinguere i diversi tipi di pianto e a capire cosa funziona a calmarlo, traendone coraggio quando i loro sforzi hanno effetto.

Quando piange il piccolo si dimena continuamente, i movimenti appaiono alquanto organizzati e può capitare che si calmi per un breve periodo come per ascoltare qualcosa.

I tentativi per placarlo variano in base alle sue necessità: fornirgli nutrimento, cambiargli il pannolino, modificare la sua posizione, accarezzarlo sul ventre, guardarlo e parlargli con voce rasserenante, prenderlo in braccio per fargli fare il ruttino o semplicemente per cullarlo e fargli percepire la vostra presenza e il vostro odore, farlo sentire contenuto come quando era in utero e dargli il vostro affetto.

Il consiglio è quello di non prestare troppo ascolto al falso mito del neonato viziato, non è possibile “viziare” un bambino provvedendo ai suoi bisogni nel primo anno di vita.

Accudirlo facendo tentativi con tranquillità, dolcezza ed empatia per soddisfare le sue esigenze, concedergli il tempo di sperimentare il cambiamento che gli viene proposto e fornirgli protezione non avrà tale effetto in quanto genitori e bambini impareranno gli uni dagli altri e il piccolo imparerà a ridimensionare la propria disperazione; al contrario, intervenire spesso con tensione e nervosismo, ansia e continue sollecitazioni  può consolidare la sua reazione, trasmettergli quei sentimenti e farlo crescere piagnucoloso, impaurito e ipersensibile interferendo con i suoi schemi autoconsolatori (acquisirà gradualmente la capacità di calmarsi da solo ad esempio portandosi la mano alla bocca, ascoltando la voce di un adulto o guardando luci e colori dopo essere stato sollevato).

Infine, un altro mezzo di comunicazione, forse il più efficace che il bambino possiede per comunicare ed arrivare dritto al cuore dei propri genitori, è senza dubbio il sorriso, la migliore ricompensa a tutte le vostre fatiche.

Michela Forte   Ostetrica

michela.forte@hotmail.com

BIBLIOGRAFIA

  1. Brazelton T.B., Il bambino da 0 a 3 anni, Trebaseleghe (PD), BUR Rizzoli Parenting, 2018, 3° edizione
  2. Honegger Fresco G., Valpiana T., Abbiamo un bambino, guida per i nuovi genitori, Castelnuovo del Garda (VR), Edizioni del Baldo, 2013

1 Brazelton T.B., Il bambino da 0 a 3 anni, Trebaseleghe (PD), BUR Rizzoli Parenting, 2018, 3° edizione

 

 

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