Ipotesi sulla vita intrauterina dei gemelli

La vita dei gemelli è spesso considerata una “vita di coppia” per il profondo legame che li caratterizza, per la dipendenza reciproca, per la comunicazione che soprattutto nei bambini si manifesta con una sorta di linguaggio che solo loro sanno interpretare.

Queste caratteristiche stimolano interrogativi che riguardano il loro rapporto durante la gravidanza: quali sono le peculiarità della vita di relazione tra due (o più) ospiti che condividono lo stesso utero fin dalle prime fasi di annidamento?

Dal momento che obiettivamente per l’aspetto somatico la vita intrauterina dei gemelli è più problematica, non lo sarà anche per quello psichico che, come dice Freud, deriva da quello fisico-corporeo in quanto”tutto ciò che è psichico prima è stato somatico”?

La neurofisiologia fetale e lo studio mediante sonde ecografiche (che permettono di visualizzare alcuni aspetti peculiari dello sviluppo dei gemelli in utero), come pure il lavoro psicoanalitico svolto con coppie di gemelli permettono di esprimere ipotesi, spesso contraddittorie, a tal proposito. E’ presumibile ipotizzare che esista una differenza tra gemelli monozigoti e dizigoti per quanto riguarda la possibilità di percepire e registrare gli impulsi provenienti dal corpo materno nel corso della gravidanza. I primi infatti sono il prodotto di un unico embrione che si divide in fase precoce, dunque hanno lo stesso patrimonio genetico, sono uno lo specchio dell’altro per eredità filo e ontogenetico. Per alcuni questa realtà è sinonimo di facile convivenza, altri al contrario sostengono che più tardi è avvenuta la differenziazione, maggiori sono le difficoltà di relazione. A sostegno di questa tesi portano come esempio di estrema difficoltà di convivenza, la grave situazione patologica che si può sviluppare in certi casi di gravidanza monozigote monocoriale e monoamniotica (in cui cioè i gemelli devono sopravvivere nello stesso sacco amniotico avendo a disposizione un’unica placenta). Si tratta della temuta “Sindrome di trasfusione feto-fetale”che costituisce una “lotta estrema” tra i gemelli p e r garantirsi le condizioni indispensabili per la sopravvivenza. Dunque questa situazione fa ipotizzare che il loro rapporto sia influenzato da aspetti relativi alla loro possibilità di sopravvivenza, più che dalla similitudine del patrimonio genetico.

Ma cosa capita nei gemelli dizigoti, che cioè non hanno lo stesso patrimonio genetico (possono essere il frutto di due rapporti sessuali avuti anche con due uomini diversi), si sviluppano in due sacchi amniotici e con due diverse placente. E’ lecito ipotizzare che lo stare sempre insieme in uno spazio ridotto che col procedere della gravidanza limita sempre di più le loro possibilità di movimento, li porti a instaurare un rapporto caratterizzato dallo sviluppo di una maggior aggressività naturale, indispensabile alla propria sopravvivenza?

Questa ipotesi partirebbe dal presupposto che ogni gemello riconosca l’altro come diverso da sé. Ma è proprio così?

Come emerge dalle evidenze scaturite dal lavoro psicoanalitico, il feto non si percepisce come soggetto a sé stante, ma come parte del corpo materno. In base a questo assunto dunque ogni gemello dovrebbe percepire l’altro come “attributo materno” che limita lo spazio e rende più difficoltosa la sopravvivenza. Se verso la madre ogni embrione /feto vive questa un’aggressività naturale, non c’è motivo che il gemello vissuto come parte della madre ne sia esente. E non è il rapporto di profondo legame tra i gemelli dopo la nascita che lo può smentire, dal momento che, a livello inconscio, dietro al “troppo” di qualsiasi manifestazione affettiva si nasconde il suo contrario. Dunque non si deve escludere una profonda aggressività intrauterina tra i gemelli, che nella maggior parte dei casi nella vita dopo la nascita viene sostituita e/o mascherata da un solido legame di amore.

Cfr. La gravidanza gemellare

 

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