Il sogno della nascita

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Cominciamo, per una volta, dalla fine della storia, dalla nascita. Com’è stata l’esperienza del parto?

Ne ho un ricordo nitido, quasi millimetrico, al rallentatore e non perché sono passate appena due settimane. Credo che dipenda dal fatto che sono stata assolutamente presente, cosciente, protagonista. Era come se avessi bisogno di tenere tutto sotto controllo e, nello stesso tempo, di non perdermi neppure un secondo o un dettaglio di quello che mi stava succedendo. Solo un particolare, che dice tutto: sono entrata in sala parto con le lenti a contatto. Non mi sono posta neppure il problema di toglierle. Io volevo vedere, non «lasciarmi andare», abbandonarmi agli eventi.

Di che cosa avevi paura?

Non avevo paura del parto né del dolore fisico, temevo di essere presa alla sprovvista. È curioso: fin da quando ho scoperto di essere incinta, la mia prima preoccupazione è stata «riuscirò a capire che devo partorire?». «E se non mi accorgessi che è arrivato il momento?» Paradossalmente, trascorsi i nove mesi, quel momento non arrivava mai. Federico non ne voleva sapere di nascere. Quando ho superato il termine previsto di quindici giorni, mia sorella, che è anche la mia ginecologa, ha stabilito il ricovero. Ho partorito con l’ossitocina, sapendo esatta- mente che cosa mi stava per succedere, quando, dove, come. Sono andata in ospedale con la mia macchina, guidando io stessa. Un parto pilotato, senza sorprese.

Avresti preferito un parto naturale, magari in casa?

Tutt’altro. Io volevo assolutamente l’assistenza medica. Non solo: questa nascita «programmata» mi rispecchia. Io sono salita sul lettino come un soldato, con un solo pensiero: «Devo svolgere il mio compito. Non scendo di qui finché non l’ho fatto». Ci sono persone che non sopportano di stare sdraiate per ore, che soffrono il monitoraggio perché impedisce qualsiasi movimento. Io invece sono rimasta, tutto il tempo, nella stessa posizione: non volevo perdere la concentrazione. Era come se mi ripetessi: «Qui se non ci penso io…».

Perché tutta questa ansia di «esserci»?

Ero rimasta terrorizzata dal racconto di una mia amica. Una donna ipercontrollata, equilibratissima, educata ai limiti della formalità, che, in sala parto, aveva urlato, pianto, perso la testa, persino maledetto suo figlio. Mesi dopo era ancora sconvolta dalla sua reazione abnorme al dolore. Io non volevo assolutamente che mi accadesse. Non era il male fisico a preoccuparmi. Da ragazza avevo sofferto di coliche renali e sapevo che tipo di controllo ho sul dolore. Temevo molto di più l’enormità dell’evento. Era emotivamente sostenibile dare la vita a un figlio? Sarei stata all’altezza? Per questo mi sono sforzata di restare razionalmente protagonista. Il travaglio è durato parecchio: più di sette ore. Quando il dolore si è fatto davvero insopportabile, ho chiesto l’epidurale. Non è stata una scelta pavida o disperata, ma conseguente. Ho chiesto l’anestesia perché quel livello di sofferenza mi impediva di restare lucida. Forse partorire senza dolore è meno potente, ma senz’altro più consapevole. Non sei solo natura e forza e sopravvivenza. Sei anche emozione vigile, e pensiero, e attesa.

Come immaginavi tuo figlio?

Per tutta la gravidanza non ero riuscita a dargli una forma, un colore, né occhi né bocca. Certe volte, a letto, distesa, mi concentravo e provavo a dire: «Adesso penso alla faccia di mio figlio». Niente. Nessuna immagine. Ricordo invece un brutto sogno, fatto intorno al quarto mese. Mi erano appena cominciate le doglie. Era una sensazione piacevole, non dolorosa, che mi faceva compagnia, quasi mi coccolava. Quando si sono rotte le acque, io mi sono sdraiata per partorire sul letto di casa, che però aveva una coperta rossa che non riconoscevo. Ho iniziato a spingere, ma senza troppo sforzo, e il bimbo è nato. Solo che non era mio figlio, era un gatto.

Ti sei portata a lungo l’immagine di questo sogno?

Fino in sala parto. Lì, la realtà ha preso decisamente il sopravvento. Nonostante io fossi in uno stato di perenne «all’erta», nel profondo, sentivo che tutto sarebbe andato per il meglio. Tant’è vero che non mi sono affatto preoccupata quando  Federico è nato: in silenzio, senza voce. Non piangeva, ma era vivo. Lo sentivo prima di saperlo. Quando me l’hanno messo addosso, l’ho guardato senza riconoscerlo, con la fretta di memorizzare tutti i particolari del suo viso e la strana sensazione di riportarlo dentro di me, attraverso gli occhi. In nove mesi non ero riuscita a immaginarmelo e adesso lo proteggevo dal caso e dalla mia stessa paura. Sì, perché, fra le tante fissazioni della gravidanza, c’era anche quella che me lo scambiassero nella culla. Così lo guardavo per ritrovarlo e ritrovarmi.

È lì che hai cominciato a sentirti mamma?

È lì che ho smesso di chiedermi: «Che madre sarò?» Durante i primi mesi e soprattutto con l’inizio del corso pre-parto, ero tormentata dal- l’insicurezza. Guardavo continuamente le altre, invidiavo le organizzate, le decise, le placide, quelle che sanno sempre tutto. Ad un osservatore esterno dovrebbe risultare molto divertente il milieu delle gravide. Si scatena una specie di superomismo al femminile. Durante le lezioni, ti guardi, ti confronti, misuri chi ha la pancia più grande delle altre, più bella, più forte. Un esibizionismo di corpo e di prestanza che ha poco a che vedere con la presunta solidarietà fra donne. È una competizione che non ha nulla di estetico: è una gara quasi arcaica, istintiva, da fattrice a fattrice. Io che arrivavo sempre ai corsi trafelata, dal capo opposto della città, in ritardo, ancora col pensiero altrove, mi sentivo una madre non incapace, ma improvvisata. Come una che a scuola se la cava sempre con la sufficienza, ma non ha mai davvero studiato. Quando è nato Federico, ho smesso di sentirmi in difetto. Sono stata semplicemente   sua  madre.

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