Dire no per nove mesi

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Intervista con Stefania, 28 anni, avvenuta un mese dopo il parto

Come hai accolto la notizia di essere incinta? Come un inconveniente. Può sembrare sgradevole, persino superficiale, ma  programmavamo, da oltre un anno, un viaggio in Perù. Era un trekking piuttosto impegnativo, in quota, che io avevo voluto, preparato nei minimi dettagli, desiderato, atteso. Quello era il mio progetto, non un figlio. Ho fatto il test di gravidanza senza curiosità, senza neppure ansia: una specie di check-up preventivo di efficienza. Volevo essere in piena forma, il mio corpo doveva «funzionare» al meglio.

 E invece il tuo corpo stava dando spazio a un altro. Non posso dire di non aver mai pensato a un figlio prima. Ma non così, non in quel momento. Rinunciare al Perù è stato come scendere da un treno preso per una manciata di secondi. Ecco, mentre ero ancora lì, con il fiato affannato per la corsa, qualcuno è venuto a dirmi: Scendi. Tu non parti più.

 È stata una gravidanza difficile? Credo nella norma. Voglio dire: senza particolari disturbi, se non questo opprimente senso di impotenza.

 L’opposto di quello che provano molte donne incinte. C’è, nel cambiamento fisico, un’evidenza anche simbolica di quello che si sta creando. Io sentivo sfuggire il controllo, giorno dopo giorno. A volte, ero stanca per sforzi irrilevanti, altre volte, mi sorprendeva un’energia innaturale. Dormivo secondo orari e ritmi completamente nuovi. Avevo insopportabili attacchi di fame bulimica. Mi era tornata una specie di ridicola acne adolescenziale. Il mio corpo reagiva in modo diverso, del tutto imprevedibile. Non sapevo fino a che punto potevo spingermi oggi né che cos’altro sarebbe cambiato domani. Ero come «in balia» di una non-scelta, di un’intera catena di non scelte. Non ero io ed ero io, vuota, piena, un contenitore di umori e di ormoni, estranea a me stessa.

 Davanti allo specchio con la «pancia»: ti sei riconosciuta? Finché ho potuto l’ho nascosta, mimetizzata, negata. Ho continuato fino al quinto mese a portare i miei soliti pantaloni larghi (sempre un po’ meno larghi) e i miei camicioni. Mi rifiutavo di entrare in un negozio «specializzato». Il mio primo abito premaman me l’ha procurato mia sorella, provandolo su di sé (che è magrissima) e rendendosi ridicola davanti a una commessa sfacciatamente sospettosa.

 E l’hai messo? Al sesto mese mi sono dovuta rassegnare al premaman e a molto altro: per esempio, a chiedere aiuto. Aver bisogno di mio marito, tutte le mattine, solo per non rinunciare ai collant, mi umiliava. Mi sentivo un’incapace, in libertà vigilata.

Ma chi ti vigilava? Quando sei incinta sembra che tu non solo perda l’elasticità fisica, ma anche quella mentale. Tutti si sentono in dovere di proteggerti, di dirti che cosa è meglio fare o non fare, mangiare, leggere… Non per te, ovviamente, per il bambino. Tu smetti di essere una persona, sei un contenitore, sacro e rispettabilissimo, ma pur sempre un involucro. Carta da pacchi, incubatrice. A nessuno interessa davvero quello che pensi o quello che provi. Figuriamoci quello che sei, anzi che eri, prima di aspettare un figlio. Così ti si rovescia addosso uno strano assalto di luoghi comuni e buon senso. «Mangia carne che lo aiuti a crescere» (io ho sempre odiato la carne!). «Smetti di fumare: nove mesi di sacrificio per la salute di tuo figlio, che cosa vuoi che siano?» (un tempo infinito, l’eternità). «Non tingerti i capelli in gravidanza» (pronta a trasformarmi in un’enorme balena grigia). «Riposati» (ma non sono affatto stanca!).

Tu, invece, preferivi ignorare di essere incinta? Ti sei comportata come se nulla fosse cambiato? Per quanto me l’hanno consentito gli altri. Voglio dire: la mia vita normale, di ogni giorno, veniva guardata (e condannata) dalla mia famiglia come una continua trasgressione. Devi proprio andare a lavorare in bicicletta? Perché non ti prendi una persona che ti aiuti in casa? Non saranno troppi cinque caffè al giorno? Erano solo domande, delicate insinuazioni, però avevano il potere di rovinarmi la giornata e, per di più, di instillarmi il dubbio.

Quale dubbio? Di essere una madre sbagliata, prima ancora di cominciare. Se fosse successo qualcosa al bambino, già sentivo rimbalzare l’eco della fatidica frase: «Te l’avevamo detto… Sembrava che ce lo sentissimo… Dovevi stare più attenta…».

Non hai mai avuto paura di perdere il bambino? L’idea mi terrorizzava. Mi sarei sentita totalmente responsabile: rifiutavo questo bambino al punto da volerlo espellere da me? Ma c’era una cosa che mi spaventava ancora di più. Mia madre aveva avuto, sia per me sia per mia sorella, due gravidanze difficili. Perdite ematiche, minacce d’aborto: era stata a letto per oltre due mesi. L’idea che potesse succedere anche a me, che ci fosse una specie di predisposizione familiare, che mi costringessero a restare immobile, a casa, anche solo per una settimana, mi angosciava.

Limite, dipendenza: la perdita di libertà, razionalmente, è inconfutabile. Ma non provavi nessuna emozione quando sentivi muovere il bambino dentro di te? Questa è la domanda con cui tutti mi hanno tormentata, facendomi sentire, di volta in volta, strana, bugiarda, persino in pericolo: ma lo senti muovere? Mia madre, mia sorella, le mie amiche… Solo mio marito si guardava dal farmi domande. Evitava di notare la mia pancia, figuriamoci di toccarla o ascoltarla o di parlarne. Io non ho mai sentito muovere niente dentro di me. Mi sono talmente abituata a ripeterlo, che sembra vero.

 Quando ti sei detta con chiarezza: avrò un figlio? Credo che la mia metamorfosi sia semplicemente accaduta. Sono la madre più apprensiva, prevedibile, infaticabile, adorante che si possa immaginare. Non è stato un percorso, tanto meno una scelta. È stato una specie di attraversamento. Istantaneo, come in un film di fantascienza: da una dimensione all’altra. Ho detto no per nove mesi e, in un secondo, ero dentro il sì. Tutto il mio corpo era quel sì. Ho pronunciato la frase «Avrò un figlio» nell’attimo stesso in cui potevo dire: «Ho un figlio».

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