Madre sola

Quando si parla di “madre sola”ci si riferisce a situazioni con caratteristiche molto diverse tra di loro. Infatti oltre che alla madre nubile si pensa anche alla madre che pur essendo inserita in una “regolare” famiglia, nel dopo parto vive uno stato depressivo che condiziona e impoverisce la qualità delle sue relazioni affettive, dandole la sensazione che siano inesistenti; o alla  madre che è stata portata in questa situazione da circostanze della vita che non avrebbe scelto: l’interruzione del rapporto col partner a causa della fine di un legame affettivo o del suo decesso. Queste situazioni sono vissute con grande sofferenza dalla donna che si trova a fronteggiare un periodo di inevitabile cambiamento dovuto alla nascita del bambino in condizioni di grande fragilità affettiva, che si manifesta più ancora che durante la gravidanza nel post partum. In questo periodo in cui manca la possibilità di sentirsi accudita e supportata dal partner sia a livello psicologico che pratico, anche la presenza del bambino, per quanto amato e desiderato, può diventare causa di intenso dolore, dal momento che risveglia il ricordo di sogni che non si sono realizzati e/o la nostalgia  per la perdita di una persona che non c’è più  e che invece si sarebbe voluta vicina.

Ma è  soprattutto della madre nubile che ci vogliamo occupare, di quella cioè che decide di mettere al mondo e allevare un bambino senza avere un compagno.

Oggi sono sempre più numerose le donne che fanno questa scelta, spesso perché vedono che il tempo incalza e non vogliono perdere la possibilità di avere un figlio, anche se non riescono a instaurare una relazione soddisfacente e duratura. Per realizzare questo desiderio si rivolgono alla PMA o cercano la gravidanza con un partner occasionale o che rifiuta di assumersi le responsabilità che la paternità comporta.

Ma cosa spinge una donna a avere un bambino “da sola?”

Al di là dei motivi razionali che giustificano questa scelta sarebbe necessario approfondire da quali desideri inconsci sia sostenuta.

Se per qualsiasi persona la procreazione è legata al desiderio di sopravvivere alla propria morte attraverso la continuazione del suo DNA, anche altri desideri la supportano. Primo tra tutti quello di tornare alla propria infanzia per ripetere esperienze di soddisfacimento o per cercare, grazie all’identificazione col bambino, di superare quelle di frustrazione che non sono state metabolizzate.

Per esempio, si può ipotizzare che in coloro che optano per questa scelta, si siano ripresentati inconsciamente vissuti della prima infanzia caratterizzati da un forte desiderio narcisistico di completezza sessuale, ossia di essere uomo e donna allo stesso tempo, dunque  di poter  anche avere un bambino da sola. Nella realtà infatti l’altro viene “usato” solo sotto l’aspetto “tecnico”,  per raggiungere il risultato,  poi viene considerato del tutto inutile.

Queste madri però rischiano di dimenticare che l’uovo/embrione/feto/bambino, non è come vorrebbero “la parte mancante” di loro stesse, come spesso danno a intendere con il loro comportamento, ma è costituito geneticamente per metà anche da quell’altro che loro cancellano: dunque è un essere con una sua specifica identità che spesso rifiutano di riconoscere.

Il pericolo maggiore che si corre nell’allevare un figlio da sole, a prescindere dalla scelta di averlo voluto anche in mancanza di un partner,  sta proprio nella facilità di creare un legame simbiotico col figlio/a, di inglobarlo” psicologicamente,  di non permettergli di uscire dalla fase fusionale.

Proprio a questo serve la figura del padre: ad aiutare il bambino a superare gli stretti confini della diade materna, tanto necessaria durante i primi mesi di vita quanto soffocante in seguito se una terza persona non vi si inserisce.

Dunque, affinché  l’evoluzione del bambino di una madre “sola”  non sia diversa da quella del figlio  di una coppia è necessario che

  • nel rapporto simbiotico iniziale si inserisca  un “elemento separatore”, (non necessariamente deve essere il compagno della mamma), che sia presente con continuità e regolarità presso il piccolo;
  • che in base alle domande che il bambino farà a proposito della sua situazione, gli vengano spiegate le circostanze della sua nascita, perché la non chiarezza relativa alle proprie origini può essere molto più nociva di una verità spiegata con delicatezza e con parole adatte al suo grado di maturità.

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