Necessità e difficoltà di separazione tra madre e bebè

Uno dei principali compiti della madre consiste nell’aiutare il bambino a diventare una persona indipendente.

Non c’è un momento specifico dello sviluppo in cui questo deve avvenire in quanto dovrebbe essere un lungo e lento processo che, dalla nascita, si sviluppa in modo armonico durante tutte le fasi della vita infantile e adolescenziale. Si tratta di un processo complesso perché spesso cozza contro il desiderio di non separazione che la madre porta in sé. Desiderio che non solo nasce dai sensi di colpa di quelle madri che hanno accettato con difficoltà il figlio, (perché volevano abortirlo o perché non lo hanno investito affettivamente durante la gravidanza) ma che tutte le donne provano anche se con intensità diversa. Per cercare di spiegarlo bisogna rifarsi a quanto avviene durante la gravidanza: all’inizio l’embrione è l’oggetto della fisiologica aggressività materna messa in atto per difendersi dall’invasione di un “corpo estraneo”; tuttavia poi, se non viene espulso, il corpo estraneo viene considerato dalla donna come una parte di se stessa fino a quando, col parto, verrà espulso. (cfr. L’embrione, un corpo estraneo per la madre?).

In questa ottica la difficoltà a separarsi dal neonato costituisce il meccanismo reattivo all’aggressività dell’inizio gravidanza: tanto più intensa è stata la loro inconscia “guerra uterina”, tanto più la madre tenderà a tenere il figlio attaccato a sé, senza riuscire a separarsene e a vederlo come un essere indipendente. L’indispensabile, necessaria identificazione/confusione che si deve instaurare tra la madre e l’embrione/feto durante la gravidanza condiziona dunque la separazione. Se a livello fisico è sancita dal parto, dal taglio del cordone ombelicale, a livello psicologico può avvenire solo se il bebè è riconosciuto nella sua individualità, ossia come essere separato dalla madre. Riuscire a separarsi e a riconoscere il bambino nella sua identità sono gli elementi che caratterizzano il rapporto sano della madre verso il figlio/a: al contrario, non riuscire a separarsi e non riconoscere il bambino come altro da sè riflette la possessività materna, la non differenziazione, la confusione tra il neonato e se stessa.

Un lavoro di psicoterapia intrapreso per superare le difficoltà legate alla maternità, aiuta la donna a mettere in feedback il rapporto che ha con il figlio con quello vissuto da piccola con la propria madre e a rendersi conto, poco per volta, della ripetizione che sta vivendo inconsapevolmente. Come allora era stata una bambina “fusa” con la propria mamma, ossia non riconosciuta nella sua identità e nei suoi desideri, diventata a sua volta mamma si identifica con la propria madre e ripete lo stesso comportamento col figlio Riconoscere il figlio dunque diventa possibile non solo se è stato elaborato il lutto per la perdita del bambino /parte di se stessa, ma soprattutto del distacco dalla propria mamma. Tanto più la madre ha la possibilità di ritrovarsi e di riconoscersi nella ripetizione dei suoi vissuti e dei suoi desideri infantili, tanto più è in grado di uscire dallo stato di non separazione dal figlio e di riconoscerlo nella sua individualità.

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