Caro diario: istantanee di un’attesa

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Intervista con Cristina, 33 anni, avvenuta quando la bambina aveva ventiquattro giorni. Porta con sé il diario dell’attesa, un’agenda con gli appunti presi durante i nove mesi della gravidanza.

Un diario lungo nove mesi: che effetto ti fa rileggere le pagine che hai scritto durante la gravidanza?

Quando ho scoperto di essere incinta mi sono comprata subito questa agenda di cartone nero, con l’elastico: è una moleskine, il quaderno con cui Bruce Chatwin prendeva appunti in giro per il mondo. Ho pensato che, anch’io, stavo per cominciare un viaggio. Forse non un itinerario, ma un percorso. Un’avventura dell’anima. Così ho iniziato ad annotare i pensieri, le sensazioni, tutto quello che vedevo, per la strada, in autobus, le frasi dei libri che mi piacevano, i pianti, le voglie, ma anche i numeri (il calcolo delle settimane, le «misure» di mio figlio)… Un po’ di tutto. Non ho seguito un ordine e non ho scritto tutti i giorni: annotavo quello che mi succedeva in modo «nomade», casuale, seguendo il filo di un’esplorazione mia. La sensazione che provo a leggerle adesso è di nostalgia. Come per la pancia: mi manca. Per quanto ingombrante fosse, mi faceva sentire una regina. Avrei voluto che durasse per sempre. E peccato che fosse inverno perché, sotto i vestiti pesanti, si notava di meno. D’estate tutti avrebbero visto che ero incinta.

Qual è la prima cosa che hai scritto?

Tre desideri: che sia sano, vivace e maschio. Poi, però, quando al quarto mese ho avuto il risultato dell’amniocentesi e ho saputo che era una bimba, mi sono sentita terribilmente in colpa. Così sono tornata indietro, alla prima pagina e ho aggiunto: «Finché c’era il dubbio, potevo avere un desiderio. Ora mi dispiace. Ogni scelta comporta un sì, ma anche un no. Meglio volerli, maschio o femmina, allo stesso modo. O tutti e due».

Che cosa c’è prima del diario? Qual è la storia che lo precede, quella che non hai scritto?

Non è la storia di una grande attesa. Sono rimasta incinta praticamente subito: il tempo di desiderarlo, in due. Marco e io convivevamo da cinque anni e avevamo deciso di sposarci, di lì a un mese. Che io volessi un figlio, era evidente, ma lui non aveva mai pensato, neanche provato a parlarne. Una mattina, appena sveglio, mi racconta di aver sognato di camminare su un sentiero di montagna, con un bambino sulle spalle. Da lì ho capito che, anche lui, era pronto.

Che cosa è successo allora?

È stato tutto talmente immediato che quando, un mese dopo, ho avuto il primo ritardo, non ho minimamente pensato di essere incinta. Ho dato la colpa allo stress dei preparativi per il matrimonio. Avevo amiche che, da anni, cercavano un figlio: possibile che io, al primo tentativo, fossi così fortunata?

Ho fatto il test di gravidanza la mia prima notte di nozze. Un modo un po’ anomalo di festeggiare! Stavamo tornando dal ricevimento e Marco ha insisto per cercare una farmacia di turno aperta. Siamo arrivati a casa con il cuore in gola. Aver comprato il test rendeva il dubbio più concreto, gli dava realtà. Se fossimo stati davvero incinti? (sì, da allora, ho sempre usato il plurale). Abbiamo aperto la scatola insieme, letto e riletto le istruzioni, che, in realtà, sono semplicissime. Questa specie di cartina di tornasole deve tingersi di rosa. L’esito è positivo se il colore dura per almeno qualche minuto. Marco era teso: diceva di essersi già abituato all’idea della paternità. Gli sembrava una coincidenza sorprendente e beneaugurante scoprire di aspettare un bambino proprio il giorno del nostro matrimonio. Io avevo una strana paura di deluderlo.

Che cosa avete fatto?

Lo stick ha preso colore immediatamente: era fucsia, quasi rosso, e Marco si è messo a gridare: «C’è, c’è, c’è!».

Tu che cosa hai provato?

Uno strano affollamento di emozioni. Da una parte, ero preoccupata che il test non fosse attendibile, che ci stessimo illudendo. Dall’altra, ero commossa, quasi sopraffatta dall’entusiasmo di Marco. Lui era, di noi due, l’indeciso, quello che aveva sempre rimandato. Quanto a me, avevo la sensazione di essere «in ritardo» rispetto agli eventi, come se quello che provavo restasse un po’ indietro. Avevo ancora addosso l’abito del matrimonio, risentivo l’eco del mio sì, del suo, le parole di mia madre, gli auguri degli amici, il rumore del riso che pioveva da tutte le direzioni, il piacere di un progetto… Mi sembrava di essere già al culmine dell’emozione e adesso arrivava una notizia che rilanciava, che alzava ancora la posta in gioco. Ero senza fiato. Con la sensazione, anche fisica, di non avere un cuore abbastanza capiente. Sarebbe esploso. Non si può essere così felici due volte, con questa intensità, e nello stesso giorno.

E qui comincia la tua moleskine.

Sì, credo di aver iniziato a scrivere anche per tenere sotto controllo tutta questa eccedenza emotiva. Dovevo, in qualche modo, darle voce, lasciarla uscire.

Poi, a poco a poco, la gravidanza ha avuto su di me un effetto riequilibrante. Mi ha obbligato a rallentare, mi ha dato un ritmo di riflessione e l’accesso a una nuova fase di vita. Più pacata, meglio distribuita dal punto di vista del tempo mentale. Insieme al diario, ho cominciato quasi subito l’album di foto. Sì, perché la mia raccolta comincia molto prima del parto, con le immagini dell’ecografia. Ho letto così tanti libri sul bisogno di radici dei figli, che ho pensato di conservare per Laura quanta più storia possibile, la sua storia. Così l’album inizia già al terzo mese, con questo puntino bianco lungo po- chi centimetri e fotografato dentro la mia pancia.

Leggi ancora una pagina di diario.

6 febbraio. In questo momento, secondo l’enciclopedia medica, sto facendo i polmoni di mia figlia. Mi concentro su tutte le cellule che ci vogliono per mettere insieme questi organi vitali. Sarà per questo che sono così stanca?

8 febbraio. Per la mia vita di coppia è un momento magico. Questa gravidanza ci ha dato una direzione.

9 febbraio Come la vorrei? Con i capelli di Marco, biondi, leggerissimi. Per carità, che non abbia i miei ricci crespi.

Sei riuscita anche ad annotare qualcosa sul momento del parto?

Ci sono i giorni che lo precedono: settimane di terribile agitazione. La mia è stata una gravidanza quasi perfetta. Nessun problema, nessun imprevisto. Era andata talmente bene che mi è presa una gran paura di rovinare tutto, proprio alla fine. Ho iniziato a pensare che la bimba poteva morire, nascendo, strozzata dal cordone ombelicale, da me. Lo stesso timore colpevole, incontrollabile e vittimistico che avevo provato al quarto mese, subito dopo aver fatto l’amniocentesi. Sapevo che c’era una piccola percentuale di rischio per il feto, l’un per cento, mi pare. Il giorno dopo ho avuto delle perdite e ho subito pensato che l’avrei perso. Era colpa mia. Per il mio stupido, egoistico bisogno di rassicurazione, avevo mandato tutto all’aria. Alla fine dei nove mesi la paura è tornata, prepotente. Non riuscivo più a essere ottimista. Temevo che succedesse qualcosa. Proprio adesso, proprio a pochi giorni dal parto.

In più, io che ho sempre avuto fiducia nella medicina, nella scienza, ho cominciato a diffidare del mio ginecologo, a mettere in dubbio la sua competenza. E se, all’ultimo momento, avesse deciso per un cesareo, contro la mia volontà? Oppure avesse indotto le contrazioni con l’ossitocina, solo per accelerare i tempi e andarsene a casa prima?

Ero preoccupata anche per Marco. Sicuramente si sarebbe fatto prendere dal panico e mi avrebbe portato in ospedale al primo cenno di dolore, mentre io volevo restare a casa mia, il più a lungo possibile.

E come è andata veramente?

Sono stata smentita in tutte le mie previsioni. Questo foglio ne è la prova. Qui ci sono annotati tutti i minuti delle contrazioni, dalle 8 di sera, quando sono iniziate, fino alle 11:30. È Marco che l’ha scritto. Appena ho sentito che cominciavano, gli ho chiesto di prepararmi la vasca da bagno tiepida. Ho fatto quasi tutto il travaglio in acqua, con lui al mio fianco che, con precisione tranquilla, ordinata, misurava durata e frequenza delle contrazioni. Io cercavo di ripetere gli esercizi di respirazione che mi avevano insegnato al corso pre-parto e, nelle pause di dolore, mi concentravo su colori, quadri, ricordi. L’avevo imparato alle lezioni di training autogeno: visualizzare, immaginare. Durante il travaglio, il problema è tenere la mente impegnata. Sopra tutto all’inizio, l’intervallo fra una contrazione e l’altra è piuttosto lungo e c’è spazio sufficiente per riprendersi. Tuttavia è tale l’agitazione che rischi di passare tutto il tempo in cui non hai male, aspettando che ricominci. In questo modo, l’attesa è peggio del dolore.

Dopo quanto tempo hai partorito?

Un po’ per l’acqua che attutiva il dolore e un po’ per la respirazione, sono riuscita a restare piuttosto tranquilla. Quando, alle 11:30, le contrazioni ci sono sembrate abbastanza ravvicinate, siamo andati in ospedale. Marco è entrato con me in sala parto e tutti e due, tutti e tre, lui, io, la bambina, ne siamo usciti un’ora dopo.

Hai ancora scritto qualcosa sul diario, dopo la nascita?

Soltanto: Laura, 3 chili. Il viaggio è tuo adesso.

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