Voglio un figlio, anzi…due!

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Intervista con Camilla, 24 anni, avvenuta alla fine del nono mese

Avere un bambino: è un desiderio recente o ti ha sempre accompagnato?

A sei anni avevo quaranta bambole: un lavoro! Distribuivo il mio tem- po, fra tutte, con un’attenzione meticolosa e lo scrupolo di una giusti- zia materna infallibile. Con mille ripensamenti, avevo scelto un nome per ciascuna, inventato, naturalmente con tutti i dettagli, un carattere e una volontà diversa, comportamenti ed esigenze specifiche, compre- si i gusti alimentari, le ore di sonno, i giochi preferiti. A quindici anni stavo ore davanti allo specchio con un cuscino infilato sotto la camicia per vedere come mi stava «la pancia». Più che un desiderio, era il mio passatempo, il modo di lasciar vagare i pensieri al futuro.

A che età ha smesso di essere un gioco?

Mi sono sposata l’anno scorso, a 23 anni, appena laureata (era l’unica clausola posta dai miei genitori: prima devi finire gli studi). Dopo il secondo mese di matrimonio, ero già in lacrime perché non rimanevo incinta. Un eccesso? Forse un bisogno infantile di conferme, ma anche di normalità. La fretta di dare un senso, un compimento. Io non ho mai pensato «da grande farò il medico o l’insegnante o l’avvocato». Il rac- conto della mia vita era: «Mi faccio una famiglia e lì, sarò me stessa».

Perché allora una laurea in legge, se non hai mai pensato di lavorare?

A casa mia la laurea era una tappa tanto scontata quanto obbligato- ria. Mi sono iscritta all’Università perché riuscivo bene negli studi, imiei genitori non avrebbero accettato una scelta diversa e io, semplicemente, potevo farlo. Ma non vedevo l’ora di finire per andare a vivere con Paolo. Ho dato gli ultimi cinque esami in una sola sessione: una follia! Ricordo le notti passate a studiare, la confusione, il sonno, ma anche la leggerezza di quel periodo. C’era un tale entusiasmo in quella fatica! C’era una specie di eroismo cieco, sovraeccitato: stavo facendo qualcosa di importante e lo facevo per me

In che modo il desiderio di un figlio, così prioritario, ha condizionato il rapporto con tuo marito?

È piuttosto difficile da spiegare. Paolo è la mia forza, la mia debolezza, i miei sogni, il mio presente, l’unico futuro che riesco a immaginare, è tutto quello che ho. La prima volta che ho fatto l’amore con lui non è stato né bello (nel modo in cui normalmente s’intende bello) né facile. Solo, ho sentito che sarebbe stato per sempre. Ero lì e non avrei voluto essere da nessun’altra parte. Mai più.

Pensare di dargli un figlio è stato istintivo. Desiderarlo automatico. Da quel momento, tutte le volte che facevamo l’amore sentivo, con una specie di lucidità trasognata, che poteva succedere. Che un’occa- sione di vita era lì, fra noi o attraverso di noi, e potevamo darle con- cretezza, insieme. Sia ben chiaro: detesto il sesso «in funzione di». Trovo riduttivo, persino un po’ umiliante, programmare ore e giorni dell’amore in base alla fecondità, ai cicli ormonali, alla maggiore o minore possibilità di restare incinta. L’idea di un figlio ha sempre dato al nostro rapporto un contenuto di forza, non un ritmo, neppure uno scopo. Era semplicemente quello che poteva accadere…

E infatti è accaduto: sei rimasta incinta e, alla prima ecografia, hai scoperto di aspettare non un figlio, ma due gemelli.

Forse dovrei essere sorpresa, agitata, persino spaventata. Io invece ho accolto la notizia col mio solito entusiasmo irresponsabile. È curioso, ma non ho neppure provato stupore. Mi sono istantaneamente sentita la madre di due figli. Mentre il mio ginecologo si affrettava a dispen- sarmi saggi, pacati consigli, io lo guardavo divertita: non avevo nessun bisogno di essere rassicurata. Era del tutto naturale. Inaspettato, ep- pure scontato.

E gli altri, la tua famiglia, come hanno accolto la notizia?

Mio marito con la sua abituale, imperturbabile flemma e il solito piglio organizzativo: «Ci restano sette mesi per trovare una casa più grande…», «Dovremmo sentire Sara ed Enrico che hanno avuto due gemelli l’anno scorso…». Esattamente la reazione che prevedevo. La vera sorpresa è stata mia madre. Quando le ho detto che ero incinta, sono stata travolta da una specie di incontenibile espansione affettiva.

Piuttosto naturale per una madre…

Non per la mia. Io ho vissuto un’infanzia allegra, serena, ricca di amo- re, ma non di gesti d’amore. Mia madre mi diceva spesso «ti voglio bene», ma non ricordo di essere stata abbracciata a lei per più di un minuto. La prima volta che ho cercato di toccarle i capelli mi ha fermato la mano perché non voleva essere spettinata. C’era una sorta di timidezza altera nelle sue dimostrazioni d’affetto: si percepiva lo sforzo. Qualsiasi slancio le usciva sempre un po’ frenato, severo, ruvido. La mia gravidanza ha capovolto il nostro rapporto. Inaspettatamente è iniziato un dialogo fatto di contatto, di carezze, di grande fisicità più che di parole. Fino a oggi, io mi ero sempre sentita compresa e appog- giata da mia madre solo «intellettualmente». Era un rapporto di testa. Adesso ho imparato che può esistere fra noi un’intimità. Questa vici- nanza, così femminile, così filiale e insieme così adulta, è la vera sco- perta della maternità.

Come ti aspetti che sarà la vita con due gemelli?

Il mio «fidanzatino» del liceo era un gemello. Una persona speciale: divertente, ai limiti dell’esuberanza più sconsiderata, iperattivo, sognatore. Conoscere suo fratello è stato uno choc: fisicamente, era combaciante, la copia perfetta; caratterialmente, il suo negativo. Come in una foto: dove c’era il bianco, risultava il nero, con una nettezza di contrasto esatta e inquietante. Questo mi fa un po’ paura. Ho come l’impressione che l’identità di aspetto obblighi a insistere sull’alterità, in modo quasi patologico. C’è sempre uno dei due fratelli che, da que- sta gara al distacco, ne esce peggio. È difficile definire un’identità se- parata, eppure sempre, somaticamente, rispecchiata dall’altro.

Hai conosciuto altri gemelli?

Quest’anno c’è stato, per la prima volta in Italia, l’European Twins Festival. Un raduno per tutte le coppie di fratelli gemelli. Io ci sono andata. Io e i miei due figli, ancora nella pancia… Fino a Rimini, in treno: un viaggio epico. È stata un’esperienza divertente, curiosa, ma anche un po’ irritante e soprattutto poco utile. C’erano i più numerosi (cinque omozigoti), i più leggeri, i più pesanti, i più longevi, i «telepatici»… A vederli così, tutti insieme, sembra il festival dello strano-ma- vero. Sono tornata a casa con una sgradevole sensazione di baraccone. Io non voglio pensare ai miei figli come a un fenomeno. Il fatto che nascano contemporaneamente non li rende diversi  o speciali.

Pensi, invece, che la madre di due gemelli debba essere speciale? Che debba sviluppare qualche competenza o abilità particolare? Che sia, in qualche modo, «più mamma» delle altre?

Io voglio esercitarmi subito a notare i loro gusti, le preferenze, le diver- sità e imparare a darvi valore. Può sembrare un paradosso, ma l’errore peggiore per la madre di due gemelli è dire: voglio bene ai miei figli nello stesso modo. Io, invece, farò differenza fra i miei figli. Darò a ciascuno un peso e un rispetto, per così dire, specifico. E poi, non ho nessuna intenzione di vestirli, pettinarli, guardarli nello stesso modo e tanto meno di pensare che vogliano mangiare o fare le stesse cose.

Come nel gioco delle bambole?

Non ci avevo pensato: però, sì, forse sono già allenata. Ho diviso il mio tempo fra quaranta bambole, tutte diverse. Non avrei saputo ri- nunciare a nessuna: non erano sovrapponibili né intercambiabili. Ed erano solo fantasie. Adesso ci saranno due bambini veri. Identici solo per il giorno della loro nascita, ma esigenti, affamati, vociferanti, allegri, tristi, pieni di pretese e… due. Ostinatamente due.

 

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