Osteopatia – Il piede torto nel neonato

F. Agliardi

Più frequente nei maschietti (tre volte l’incidenza rispetto alle femmine), viene detto anche piede equino ed è una patologia presente sin dalla nascita.

Si presenta come una flessione plantare, in cui il piedino è posizionato come se fosse se fosse sulle punte e al contempo presenta un’inversione, come quando prendi una distorsione alla caviglia.

Tre sono le cause possibili: può avere un’origine embrionale, ossia si lega a una malformazione in fase di sviluppo a livello articolare/ossea/legamentosa; un’origine ereditaria oppure un’origine meccanica, quando cioè il bambino sta nel grembo materno con gli arti inferiori in una posizione storta.

Quest’ultima è comunque la più facile da risolvere, poiché si tratta solo di un malposizionamento che si aggiusta con manipolazioni a livello locale, che vanno a riportare il piedino in posizione corretta.

Come risolverlo

Le soluzioni sono due.

La soluzione chirurgica, più rapida ma che causa più rigidità al piede e quella conservativa, il cosiddetto metodo Ponseti.

Il Ponseti si applica dal settimo giorno di vita: il piede del bimbo viene sottoposto a dei trattamenti con dei macchinari, che culminano in una semplicissima operazione al tendine d’Achille che vedrà poi un gessetto e un tutore anti-recidive. Questa soluzione aumenta i tempi di guarigione, ma non lascia rigidità e quindi è ideale per un trattamento osteopatico di supporto.

… e qui arriva l’osteopata

È di grande aiuto perché favorisce il rilascio mio-fasciale – cioè quel tessuto connettivo che avvolge organi e muscoli.

Durante le terapie, l’osteopata gestisce il quadro generale del neonato, riducendo o eliminando disturbi neuromuscolari grazie a un approccio olistico di valutazione globale, studiando la posizione del piede, dei muscoli, delle ossa e l’atteggiamento posturale generale.

Se si tratta di piede torto di primo grado, e quindi una malformazione molto leggera, l’osteopata aiuta il corretto sviluppo togliendo blocchi, disfunzioni per far sì che lo sviluppo sia coerente ma non si sostituisce mai al trattamento medico specialistico.

In cosa consiste il trattamento osteopatico

Si divide in tre fasi.

Un’anamnesi per capire com’è andata la gravidanza, il parto, il parere del pediatra, il ritmo sonno-veglia del neonato, come e quanto mangia, quanto si scarica e così via.

Segue una fase preparatoria in cui il neonato viene lasciato libero di muoversi sul lettino e per farlo ambientare.

In ultimo, si parte con l’approccio frontale, fondamentale affinché lui ti veda: l’osteopata vede come muove mani e piedi, se ha rigidità (per esempio, una rigidità dell’anca può inficiare la corretta guarigione), la valutazione del sistema viscerale che in un piccolo è in continuo sviluppo, poi si lavora sul sistema cranio sacrale, dove l’osteopata va a togliere ma sempre con tocchi gentili e manipolazioni soft.

Si può lavorare sin dal grembo materno: il commento dell’osteopata

“Grazie al dettaglio di definizione visiva raggiunto dalle ecografie, il problema si può intercettare già nelle fasi fetali: l’osteopata può quindi agire già sulla mamma per migliorare rapporto contenuto/contenitore e dare un equilibrio migliore al doppio sistema mamma-bambino.

Dopo una valutazione dei malfunzionamenti e delle tensioni, il trattamento la rimette in equilibrio, affinché si modifichino posizioni e strutture e il corpo proceda nei suoi cambiamenti nella giusta direzione di accoglimento del feto che cresce.”

 Alessio Testa, osteopata membro ROI, docente dell’istituto Soma di anatomia palpatoria funzionale,  ha collaborato con il reparto di Neonatologia dell’Ospedale Del Ponte di Varese e ha pubblicato uno studio sull’efficacia del trattamento manipolativo sui neonati prematuri.

a.testaosteopatia@gmail.com

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